Mostra: ALGORITMIA Il paradosso dell’Algoritmo/Fotografo – fotografie di Gaetano De Faveri
INAUGURAZIONE 26 MARZO 2026 – ORE 18.00 BIBLIOTECA CAMPUS IUSVE MESTRE
La mostra sarà aperta fino al 14 maggio 2026 – h 10.00-17.00
Intervengono:
Lorenzo Biagi / IUSVE – Michele Marchetto / IUSVE – Gaetano De Faveri / fotografo – Matteo Adamoli, Enrico Orsenigo / Editors dello Special Issue – Gli autori dello Special Issue
«Il fisico è semplicemente
una forma corrotta del logico»
(Herni Bergson, 1907).
L’Algoritmia di Gaetano De Faveri è una narrazione per immagini nata dalla constatazione che il nostro tempo e il nostro ambiente sono governati dall’Algoritmo, in processi determinati dalla ineluttabile necessità di una sequenza che limita lo spazio della libertà fino ad annullarlo. È un ambiente retto, più che dagli algoritmi, con gli algoritmi: un’«algocrazia», in cui l’Algoritmo diviene simbolo di una volontà senza volto e senza nome, oltre che di una capacità diffusa di controllare il comportamento altrui, nel lavoro, nei consumi, nelle informazioni, nelle decisioni e nelle scelte. Insomma, l’estrema conseguenza del potere manipolativo: l’io vede messa in discussione la propria autonomia decisionale da parte di un sistema impersonale privo di volontà e di intenzionalità, eppure dotato di una capacità calcolante infinitamente superiore alla sua.
Questo è il grave fardello che, alla maniera della Leggenda del Grande Inquisitore de I fratelli Karamazov di Dostoevskij, il “popolo” ha ricevuto in dono. Di fronte al Grande Inquisitore, quello stesso popolo è convinto di essere ancora perfettamente libero, mentre ha deposto la propria libertà ai piedi dell’Inquisitore, che l’ha ottenuta per fondare una presunta felicità sui beni materiali, sul piacere dei sensi, sulla tranquillità. L’uomo-massa, inconsapevole della propria reale condizione e destinato alla mediocrità, ammira chi ha acconsentito ad assumersi il peso di quella libertà che lo aveva sbigottito. Il Grande Inquisitore è l’Algoritmo, al quale l’essere umano ha ceduto la propria libertà creatrice per essere determinato da inaggirabili vincoli, distratto da prodotti superflui, indotto ad azioni di cui non è responsabile.
Dinanzi a una condizione umana passivamente subordinata alle ombre di un’emotività superficiale, all’omologazione del mainstream, al fascino della visibilità ad ogni costo, alle lusinghe del potere, a una libertà senza responsabilità, il Fotografo si ribella imponendosi al Grande Inquisitore/Algoritmo: per elaborare le sue immagini, dai cromatismi dinamici, intriganti e a volte inquietanti, utilizza le onde luminose in cui l’Algoritmo trasforma le onde sonore sullo schermo del computer; si sostituisce all’Algoritmo/ Grande Inquisitore per servirsene; si riappropria della libertà espropriatagli e ridiventa egli stesso il dominus del mezzo.
Ne deriva la rigenerazione del mondo: un mondo generato dalla volontà, dall’ispirazione e dalla tecnica dell’Algoritmo/Fotografo. Un mondo immaginato, forse sognato, che dopo l’evoluzione va alla deriva, implode, ma alla fine rinasce. L’inizio della narrazione, più che alla Genesi veterotestamentaria, si ispira all’antico naturalista Empedocle di Agrigento e alle sue “radici di tutte le cose”: il fuoco, l’acqua, l’aria, la terra sono gli elementi da cui tutto nasce. Il loro intreccio alimenta l’evoluzione, fino alla comparsa dell’essere umano, subito avvolto nelle spire della tecnica, con una coscienza che si specchia in uno schermo, retaggio di uno dei primi lavori di De Faveri, Pan-videismo. Quest’uomo è diviso, il corpo tagliato, segato, alla maniera di certe figure di Hieronymus Bosch. È l’inizio della deriva, dell’abbrutimento, del naufragio e della prigionia, fino all’implosione nell’annullamento della morte. L’epilogo, tuttavia, lascia presagire una rinascita: nella ricomparsa degli elementi si fa strada la possibilità dell’incontro. Due volti si guardano, e all’occhio algoritmico rappresentato nella prima immagine della serie si sostituisce un embrione: l’essere umano riappare alla vita.
Resta il dubbio che in questo percorso il Fotografo, inizialmente dominus dell’Algoritmo, non finisca con l’esserne servus, prigioniero, dipendente dalle circonvoluzioni dell’algoritmia dello schermo, alle quali, se vuole affermare la propria techne, non può rinunciare. Sullo sfondo la dialettica hegelo-marxiana servo-padrone: delegando il lavoro al servo, il padrone lo disimpara al punto da essere dipendente da chi lo sa fare. L’Algoritmo/Fotografo, infatti, non “descrive” semplicemente il mondo, ma, come osserva Luciano Floridi a proposito della IA, lo «“iscrive con simboli matematici”: la computer science opera ontologicamente scrivendo nuove pagine, in codice binario, del libro dell’universo».
In questi termini, nella narrazione per immagini prende forma il paradosso della coesistenza di un ordine logico necessario e ineluttabile, stabilito dall’Algoritmo, e una realtà immaginata, in una certa misura fisica e materiale, imprevedibile, e quindi libera. Tuttavia, come scrive Henri Bergson ne L’évolution créatrice,
«se il principio di tutte le cose esiste nella stessa maniera in cui esiste un assioma logico o una definizione matematica [l’Algoritmo], le cose stesse [le immagini del Fotografo] dovranno derivare da questo principio come le applicazioni di un assioma o le conseguenze di una definizione, e non ci sarà più posto, né nelle cose né nel loro principio, per una causalità efficiente intesa nel senso di una libera scelta».
A meno che questo posto non sopravviva nell’immaginazione creatrice del Fotografo, paradossale padrone e servo dell’Algoritmia.
Michele Marchetto
Gaetano De Faveri
Gaetano De Faveri (1952), laureato in Psicologia all’Università di Padova, ha lavorato nei reparti di Psichiatria e psicoterapia di istituzioni pubbliche e private. Dagli anni Settanta ha affiancato alla professione l’attività di fotografo come autodidatta. Nel 1980 frequenta la Scuola di fotografia di Roberto Salbitani alla Giudecca (Venezia) e in Toscana. Ha esposto le sue foto, prevalentemente su tematiche sociali, con taglio espressionista, a Trieste, Venezia, Vicenza, Livorno, Bergamo, Carpi, Pesaro, oltre che in Slovenia, Austria e New York. Nel 2015 ha pubblicato Krisis, che affronta il tema della globalizzazione. Nel 2016 ha vinto il Premio internazionale di arte contemporanea “Lynx” nella sezione fotografica. Nel 2022 ha pubblicato Sindemia, ispirato all’esperienza del Covid-19. Di recente ha esposto alcune fotografie dell’ultimo lavoro Ragnatele (allegoria della rete) alla Blue Gallery di Manhattan, in una collettiva di artisti italiani. Nel 2025 ha esposto allo IUSVE la serie Conflitto. L’inquietudine dell’anima.









































