Titolo: Editoriale
Tipo di pubblicazione: articolo
Anno di pubblicazione: 2026
Autore: Michele Marchetto
Rivista: IUSVEducation #28 – Supplemento
Pagine: 8-15
Data di pubblicazione: marzo 2026
Editore: IUSVE – Istituto Universitario Salesiano
ISSN: 2283-642X
Come citare: Marchetto, M. (2026). Editoriale. IUSVEducation, 28 Supplemento, 8-15. https://www.iusveducation.it/editoriale-supplemento-al-n-28/
Paper PDF: IUSVEducation_28_Special_Issue_Marchetto_EDITORIALE.pdf
Editoriale:
Lo Special Issue di IUSVEducation dedicato all’IA si colloca nel contesto del paradigma dell’ecologia integrale aperto dall’Enciclica di Papa Francesco Laudato si’ (2015) e, in particolare rispetto ai temi di carattere tecnologico, ripreso dalla Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana Antiqua et Nova (2025), oltre che dalle riflessioni papali in occasione della Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali degli ultimi due anni. In quanto “integrale”, il pensiero ecologico si articola secondo il metodo del “tutto è connesso”, e ha il suo fondamento nella domanda sull’orientamento generale, sul senso e sui valori del mondo che vogliamo lasciare (LS: 160). Si tratta di una interrogazione alla quale non si può rinunciare, a meno che non si voglia legittimare lo stato di fatto prodotto da “un paradigma omogeneo e unidimensionale” (LS: 106) come quello tecnocratico: “Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo” (LS: 104; cfr. Marchetto 2025).
Non può quindi stupire che nel contesto dell’ecologia integrale si rifletta anche sull’IA. A maggior ragione, se il «paradigma tecnocratico» dominante è «un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla» (LS: 101), considerato che consiste nel pensare «come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia» (LS: 105, 54, 56; Laudate Deum: 20). Il che non esclude che nel paradigma tecnocratico si riconosca il positivo, ossia, come osservava Giovanni Paolo II, «un prodotto meraviglioso della creatività umana che è un dono di Dio» e che «ha posto rimedio a innumerevoli mali» (LS: 102; Giovanni Paolo II 1981: 3), l’espressione della tensione umana alla bellezza, nella contemplazione della quale «si compie il salto verso una certa pienezza propriamente umana» (LS: 103). Nel contempo in quel paradigma si individua il rischio e il pericolo della totale deriva disumanizzante, e nel suo antropocentrismo deviato e dispotico l’inadeguatezza di certe presentazioni dell’antropologia cristiana. Dunque, non tecno–fobia né tecno–entusiasmo, ma uno sguardo critico che guardi il fenomeno dall’esterno, aperto al cambiamento, senza derive ideologiche a confermare l’esistente. È il punto di vista del cosiddetto «pensiero meditante» che, diversamente dal «pensiero calcolante», una «tecnica di possesso, dominio e trasformazione» (LS: 106) che conta su determinati risultati dei processi di conoscenza, pensa invece il senso della tecnica e dell’agire umano (Heidegger 1976: 36-37). Il paradigma tecnocratico, infatti, ha le sue radici nella relazione consustanziale della tecnica all’essere umano: l’essenza dell’una e dell’altro si co–appartengono, non senza ambiguità. Non si può pensare la tecnica senza pensare l’essere umano, e viceversa. È questo lo scenario da tener presente quando si affrontano i temi associati all’IA.
Del resto, fin dalle origini, da quando l’ominide di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick afferra un osso e lo usa come arma contro i suoi simili che gli impediscono di raggiungere una pozza d’acqua, la funzione della tecnica è segnata da una connaturata ambivalenza: utensile da lavoro e arma micidiale, ma sempre il segno della fragilità e dell’indigenza della specie umana. L’uomo, infatti, man-ca di organi che consentano il suo adattamento all’ambiente in cui nasce e cresce. La sua unica risorsa consiste nell’intelligenza, alla quale si affida per trasformare le condizioni naturali a proprio vantaggio: «Povero di apparato sensoriale, privo di armi, nudo, embrionale in tutto il suo habitus, malsicuro nei suoi istinti, egli è l’essere la cui esistenza dipende necessariamente dall’azione» (Gehlen 2003: 32). Ne deriva il carattere essenzialmente «naturale» della tecnica, dato che essa dipende dall’attivazione dell’intelligenza in determinate condizioni di necessità, oltre che dall’istintivo bisogno di stabilità che l’uomo vede soddisfatto negli automatismi delle macchine anche più rudimentali.
Se essenza dell’uomo ed essenza della tecnica sono connaturate l’una all’altra, lo sono perché l’uomo è un essere organicamente carente:
Egli sarebbe incapace di vivere in ogni ambiente naturale, e così deve prima crearsi una seconda natura, un surrogato di mondo, artificialmente prodotto e reso idoneo, che viene incontro alla sua difettosa dotazione organica. […] Egli vive per così dire in una natura artificialmente disintossicata, manufatta, e da lui modificata in senso favorevole alla vita. Si può anche dire che egli è biologicamente condannato al dominio sulla natura (Herder 1995: 49).
Questa impostazione antropologica smentisce la neutralità morale della tecnica, secondo la quale essa offrirebbe solo i mezzi per perseguire i fini dell’azione che spetterebbe invece all’uomo determinare. In realtà la tecnica «non è più oggetto di una nostra scelta, ma è il nostro ambiente, dove fini e mezzi, scopi e ideazioni, condotte, azioni e passioni, persino sogni e desideri sono tecnicamente articolati» e per esprimersi hanno bisogno della tecnica, che quindi non si può considerare semplicemente un mezzo da utilizzare e deporre quando non servisse più, ma è un fine, non perché «si proponga qualcosa, ma perché tutti gli scopi e i fini che gli uomini si propongono non si lascia-no raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica» (Galimberti 1993: 34, 37). La scelta dei fini dipende perciò dalla quantità e dalla qualità dei mezzi a disposizione: scelgo un fine piuttosto che un altro perché i mezzi in mio possesso me lo consentono, mentre ne escludo altri perché non sono perseguibili dai mezzi che ho a disposizione. Il problema principale non è tanto la scelta dei fini, quanto quella dei mezzi, che diventano il fine primario. I bisogni, i desideri, i moventi dell’azione umana passano in second’ordine rispetto ai mezzi necessari per perseguirli, che li determinano diventandone del tutto autonomi. Il capovolgimento del rapporto fra mezzi e fini è attestato in modo emblematico dal concetto di «esattamento», il processo contrario a quello dell’adattamento biologico. Esso, infatti, prevede che «funzioni e bisogni prima inesistenti vengono alla luce e diventano perfino urgenti appena si rende disponibile un mezzo tecnico capace di soddisfarli». L’espansione illimitata della tecnica si traduce in una proliferazione altrettanto illimitata di bisogni e desideri, in «un gigantesco esattamento della specie» umana (Simone 2012: 13-14).
Dunque, come osserva papa Francesco, la tecnocrazia non è affatto neutrale: essa «crea una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orienta le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere» (LS: 107);
«La vita diventa un abbandonarsi alle circostanze condizionate dalla tecnica, intesa come la principale risorsa per interpretare l’esistenza» (LS: 110). Oggi la tecnica che «è il nostro ambiente» è la cosiddetta «info–sfera», costituita dalle Information and Communication Technologies (ICT), che influiscono sulle capacità cognitive dell’essere umano, rivolte sia al mondo esterno che a se stesso. Non si può evitare di considerare le modificazioni che esse provocano sul significato da attribuire al soggetto e sui modi in cui questo si rapporta agli altri, interagendo con loro e con il mondo: per parafrasare Michel Foucault, si può dire che le ICT sono «le più potenti tecnologie del sé alle quali siamo mai stati esposti» (Floridi 2014: 59; Foucault 1988).










































